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I rapporti bilaterali

 

I rapporti bilaterali

I rapporti diplomatici tra Italia e Afghanistan presero avvio ufficialmente il 3 giugno 1921, quando il Ministro degli Affati Esteri italiano, Conte Carlo Sforza, e l’Ambasciatore straordinario afghano, Mohammed Wali Khan, firmarono a Roma l’«Accordo fra Italia ed Afganistan per lo scambio di Missioni diplomatiche permanenti» (in quella sede fu siglato anche l’«Accordo fra Italia ed Afganistan per l’invio di una Missione commerciale e la stipulazione di un trattato di commercio»): dopo la c.d. “terza guerra anglo-afghana” e la firma del Trattato di Rawalpindi dell’8 agosto 1919 con cui venne formalmente abolito il protettorato britannico sull’Afghanistan, l’Italia fu il primo Paese occidentale a riconoscere l’indipendenza afghana.

La nascita delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi era stata sollecitata dalla delegazione afghana inviata in Europa dall’Emiro Amanullah per rompere l’isolamento internazionale imposto dal governo di Londranei confronti dell’Afghanistan. Da parte italiana, il Ministro Sforza, molto attento agli sviluppi politici in Oriente, accolse di buon grado tale occasione per cercare di affrancare l’Italia dai tradizionali schemi imperialistici, presentandola come nazione amica dei popoli dell’Asia e sostenitrice dei movimenti di autodeterminazione.

Il primo Ministro plenipotenziario italiano a Kabul fu Gaetano Paternò di Manchi di Bilici. La Legazione si rivelò essenziale per fornire informazioni su una regione che, pur rivestendo un ruolo assolutamente primario negli equilibri geopolitici asiatici, a quei tempi era poco conosciuta in Italia.

Con i successori di Sforza e, soprattutto, con l’avvento del regime fascista, l’interesse per l’Afghanistan si raffreddò: Roma aveva intrapreso una politica filobritannica e non voleva compromettere i rapporti con Londra, che considerava l’Afghanistan ancora sotto la propria esclusiva sfera di influenza. Alla fine degli anni venti, dopo che in Afghanistan (nel frattempo trasformatosi da Emirato in Monarchia) era divampata una vera e propria guerra civile originatasi da un movimento di rivolta contro le riforme volute da Amanullah, quest’ultimo decise di abdicare e di ritirarsi in esilio in Italia, Paese che lo aveva positivamente colpito durante la sua visita nel gennaio del 1928. Amanullah arrivò a Roma nel giugno del 1929 e vi risiedette stabilmente sin quasi alla sua morte beneficiando di un sussidio statale (sotto forma di “elargizione di carattere privato concessa dal Re d’Italia”). Nel corso del tempo la presenza a Roma di Amanullah creò periodici attriti tra Italia, Afghanistan e Gran Bretagna. L’ex-sovrano infatti continuò almeno fino al 1948 a nutrire la speranza di tornare sul trono, suscitando non poche preoccupazioni ai governi di Kabul e Londra, che temevano un suo ritorno potenzialmente destabilizzante per il regno Durrani e per gli equilibri centro-asiatici.

Verso la metà degli anni trenta le relazioni tra Italia ed Afghanistan conobbero un peggioramento a causa della guerra dichiarata dall’Italia all’Etiopia nel 1935: Kabul vedeva nell’espansione italiana in Africa un pericoloso precedente che avrebbe potuto spingere la Gran Bretagna o l’Unione Sovietica ad analoghe iniziative ai danni dell’Afghanistan. Inoltre, a quel tempo Kabul divenne una sorta di “sede di confino” per i funzionari italiani che in patria risultavano non particolarmente graditi ai vertici della diplomazia del regime fascista. Tra questi, il Ministro plenipotenziario Pietro Quaroni, che a Kabul guidò la missione dal 1936 sino alla primavera del 1944.

Nei decenni successivi alla fine della Seconda Guerra mondiale i rapporti tra Italia ed Afghanistan furono condizionati dalle dinamiche geopolitiche della guerra fredda e della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello comunista (in quel periodo l’Ambasciata italiana rimase temporaneamente chiusa nel 1979 e nel 1989 in concomitanza con l’inizio e la fine dell’occupazione sovietica).

Anche Zahir Shah, l’ultimo re della storia afghana, dimorò da esiliato a Roma: infatti, il 17 luglio 1973, mentre Zahir si trovava in Italia, il cugino Mohammed Daoud Khan (che era già stato Primo Ministro dal 1953 al 1963) organizzò un colpo di stato incruento, abolendo la Monarchia e proclamando la Repubblica. Zahir Shah rimase in Italia fino al 2002, quando tornò a Kabul per presiedere la Loya Jirga e vedersi riconosciuto il titolo di “Padre della Nazione” nella nuova Costituzione del 2004.

L’Ambasciata italiana a Kabul chiuse nel 1993, in considerazione dell’inasprimento della guerra civile tra mujaheddin, e fu riaperta alla fine del 2001 a seguito della caduta del regime talebano: da allora l’Italia è attivamente coinvolta nell’opera internazionale di ricostruzione del Paese e di sostegno al governo afghano, anche attraverso la partecipazione alla missione NATO su mandato ONU prima denominata “International Security Assistance Force” (ISAF) e poi (dal 2015) “Resolute Support” (RS).

 

Per approfondimenti

  • L. Monzali, "Un re afghano in esilio a Roma", Le Lettere, 2012 (estratto in pdf)
  • L. Monzali, "La politica estera italiana e l'occupazione sovietica dell'Afghanistan" da "Europa e Medio Oriente (1973-1993)", Cacucci, 2017 (estratto in pdf

Luogo:

Kabul

Autore:

Federico Romoli

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